Mi chiede Molesini (con risposta)
Ho notato, Venerandi, anche in seguito a tuoi precedenti interventi "redazionali" su absolute, quanto tu tenga al processo di "restituzione del suono", mi vien da dire, e quanto lavoro, tuo, concerna questo samson c01u e software garageband di cui parli.
Questo mi fa pensare al fatto che quello che ti importa, soprattutto, nel tuo procedere anche artistico, se posso dire, è la dimensione sperimentale-acustica. In questo caso (?) sembri cercare una sorta di sostituto della voce, o suo amplificatore, o suo trasformatore in declinazione pensiero-voluta (perdona quando abbozzo). Me ne parleresti, se ne hai voglia.

Io credo che banalmente si tratti di una valutazione del testo come materiale, quando questo viene utilizzato per una qualunque finalità che vada al di là della normale lettura individuale. Nel momento in cui io prendo un testo di un autore e decido di farne una performance pubblica, il testo diventa per me un materiale che -nella finalità della performance- ha lo stesso valore dell'acustica del posto dove sono o della mia manovrabilità del mixer. Molte delle migliori letture fatte con il collettivo bib(h)icante negli anni novanta, partivano da testi poeticamente poco significativi, ma estremamente funzionali per l'idea che stava dietro alla performance, nell'uso delle voci e dei cori. Di contro alcune letture -con testi molto più dignitosi- fatte in posti sbagliati o disattendendo le regole minime del rispetto del pubblico, vanificano il valore del testo stesso: questo spesso non è capito o è trascurato dagli stessi poeti convinti che quando si legge un testo di poesia, il valore del testo dia una autorevolezza 'autonoma' alla lettura stessa. Io non credo che sia così e ricordo ancora adesso -come monito- una lettura pubblica (grazie al cielo non nostra) organizzata in un locale fichetto, su un palco improvvisato dietro alla macchina che frantumava il ghiaccio per gli aperitivi. Lascio immaginare che brandelli.
A corollario: non ho io, né ne ha oggi il bib(h)icante ahimè, il tempo e il lusso di affrontare un discorso serio sulla performance pubblica e sui rapporti tra declamazione e azione teatrale. Durante le nostre letture negli anni '90 siamo arrivati a onesti livelli di dilettantismo, e ci siamo chiesti più volte se valeva la pena fare un salto ulteriore per approfondire tecniche di dizione o di teatralizzazione e concludere un discorso che -a nostro parere- partiva dalla performance poetica come luogo di 'confine', per arrivare alla performance come drammatizzazione consapevole. Non lo abbiamo fatto, dobbiamo campare, abbiamo figli e mutui, fare poesia oggi (ma in generale fare letteratura) è ancora un lusso che non tutti possono o vogliono permettersi.
Alla fine andare a leggere a Bazzano da Ansuini o a qualche slam poetry nei rari inviti che mi arrivano, è un costo che a volte affronto solo per fare stare meglio me, perché leggere le mie cose mi fa terapeuticamente bene e cerco di farlo dilettantescamente meglio possibile.
Lo stesso discorso, e ho finito, per le registrazioni su microfono: mi piace usare il mio microfono, mi piace sfruttarlo e mi piace pensare che sto lavorando per un prodotto dignitoso quanto onestamente improvvisato. Se volessi fare una lettura professionale andrei in uno studio di registrazione, magari accompagnandomi da qualcuno che possa insegnarmi qualcosa.
Ma oggi e qui, fare poesia e fare suono con la poesia è un piacere personale che grazie, diciamo così, a questo magico mondo digitale, possiamo condividere suggerendoci forse a vicenda modi e strumenti per stare attorno a questo economico e immortale media poetico.
|