Il mio problema era che la sera uscivo da casa, venivo immerso dall'umidità fredda del santolcesino e camminavo nel silenzio irreale che c'è nei paesi dell'entroterra, mi avvicinavo a quella fonte di luce che era il bar ACLI, aprivo la porta di metallo grigio ed ero avvolto dagli odori del bar e degli anziani, la televisione accesa da qualche parte, le urla dei giocatori di carte, io superavo tutto questo come se non lo vedessi e andavo nella parte dei giovani, dove c'erano i videogiochi e il jukebox, una saletta staccata dal resto del bar ma con un vetro da cui potevamo essere controllati e lì sapevo che avrei passato tutta la serata ad aspettare qualcosa che non sarebbe arrivato e che non sapevo neppure cosa fosse. L'unica cosa di cui ero certo era che il retro del bar ACLI era il punto più vicino a quello che aspettavo, che non c'era nessun altro posto dove io potessi andare senza che poi sentissi la forza e la nausea di dover tornare sui miei passi per entrare di nuovo nel retro del bar ACLI. Se fossi uscito e fossi andato in camera mia mi sarei sentito come uno che ha perso un'occasione, avrei avuto la certezza che la cosa che stavo aspettando in quel momento era arrivata e tutti gli altri ragazzi se la stavano godendo alla grande. La cosa si ripeteva tutti i giorni, ogni santo giorno entravo in quel bar, facevo la mia strada al buio e stavo lì dentro, ad aspettare, circondato dai colori eccezionali dei videogiochi, con marco grande che rideva assieme a quelli che andavano già alle superiori e marco piccolo che girava con le cassette copiate di renato zero, e io ero lì in mezzo che aspettavo e giocavo infinite partite a the ladder e sentivo quei suoni computerizzati, le scritte in un americano oscuro che sembrano voler dirmi che dopo ci sarebbe stato qualcosa di grande, che c'era solo da aspettare e prima o poi qualcosa sarebbe successo, bastava restare lì ogni sera, esserci sentendosi nel posto più sbagliato del mondo eppure l'unico possibile.
Quando di notte tornavo a casa ero sconfitto, tutto finiva e quello che aspettavo non era successo, correvo fino al portone e infilavo la mano in un foro del portone per aprirlo senza usare la chiave, piegavo un osso del pollice e riuscivo a entrare con la mano e far scattare la maniglia interna e poi correvo per le scale scure di casa mia fino all'ultimo piano e dentro c'erano i miei genitori, sempre in attesa del mio ritorno. Il fatto che fossero sempre presenti non mi tranquillizzava affatto, lo trovavo terrorizzante. La mia camera era piena di disegni, di mobili, era una normalissima camera di un bambino felice. Avevo un banchetto con un libro sul sistema solare e un binocolo, per avvistare gli alieni.
La cosa migliore era dormire e aspettare il giorno dopo.
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