12/10/07 22:26 |
cose
Il mio problema era che la sera uscivo da casa,
venivo immerso dall'umidità fredda del santolcesino e
camminavo nel silenzio irreale che c'è nei paesi
dell'entroterra, mi avvicinavo a quella fonte di luce
che era il bar ACLI, aprivo la porta di metallo
grigio ed ero avvolto dagli odori del bar e degli
anziani, la televisione accesa da qualche parte, le
urla dei giocatori di carte, io superavo tutto questo
come se non lo vedessi e andavo nella parte dei
giovani, dove c'erano i videogiochi e il jukebox, una
saletta staccata dal resto del bar ma con un vetro da
cui potevamo essere controllati e lì sapevo che avrei
passato tutta la serata ad aspettare qualcosa che non
sarebbe arrivato e che non sapevo neppure cosa fosse.
L'unica cosa di cui ero certo era che il retro del
bar ACLI era il punto più vicino a quello che
aspettavo, che non c'era nessun altro posto dove io
potessi andare senza che poi sentissi la forza e la
nausea di dover tornare sui miei passi per entrare di
nuovo nel retro del bar ACLI. Se fossi uscito e fossi
andato in camera mia mi sarei sentito come uno che ha
perso un'occasione, avrei avuto la certezza che la
cosa che stavo aspettando in quel momento era
arrivata e tutti gli altri ragazzi se la stavano
godendo alla grande. La cosa si ripeteva tutti i
giorni, ogni santo giorno entravo in quel bar, facevo
la mia strada al buio e stavo lì dentro, ad
aspettare, circondato dai colori eccezionali dei
videogiochi, con marco grande che rideva assieme a
quelli che andavano già alle superiori e marco
piccolo che girava con le cassette copiate di renato
zero, e io ero lì in mezzo che aspettavo e giocavo
infinite partite a the ladder e sentivo quei suoni
computerizzati, le scritte in un americano oscuro che
sembrano voler dirmi che dopo ci sarebbe stato
qualcosa di grande, che c'era solo da aspettare e
prima o poi qualcosa sarebbe successo, bastava
restare lì ogni sera, esserci sentendosi nel posto
più sbagliato del mondo eppure l'unico possibile.
Quando di notte tornavo a casa ero sconfitto, tutto finiva e quello che aspettavo non era successo, correvo fino al portone e infilavo la mano in un foro del portone per aprirlo senza usare la chiave, piegavo un osso del pollice e riuscivo a entrare con la mano e far scattare la maniglia interna e poi correvo per le scale scure di casa mia fino all'ultimo piano e dentro c'erano i miei genitori, sempre in attesa del mio ritorno. Il fatto che fossero sempre presenti non mi tranquillizzava affatto, lo trovavo terrorizzante. La mia camera era piena di disegni, di mobili, era una normalissima camera di un bambino felice. Avevo un banchetto con un libro sul sistema solare e un binocolo, per avvistare gli alieni.
La cosa migliore era dormire e aspettare il giorno dopo.
Quando di notte tornavo a casa ero sconfitto, tutto finiva e quello che aspettavo non era successo, correvo fino al portone e infilavo la mano in un foro del portone per aprirlo senza usare la chiave, piegavo un osso del pollice e riuscivo a entrare con la mano e far scattare la maniglia interna e poi correvo per le scale scure di casa mia fino all'ultimo piano e dentro c'erano i miei genitori, sempre in attesa del mio ritorno. Il fatto che fossero sempre presenti non mi tranquillizzava affatto, lo trovavo terrorizzante. La mia camera era piena di disegni, di mobili, era una normalissima camera di un bambino felice. Avevo un banchetto con un libro sul sistema solare e un binocolo, per avvistare gli alieni.
La cosa migliore era dormire e aspettare il giorno dopo.
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