fiera del libro di torino II
13/05/07 16:55 |
eventi
il controllo del titolo
di viaggio ticketless crea sempre un silenzio
imbarazzante tra gli altri viaggiatori che si
chiedono -senza avere il coraggio di chiederlo- che
cazzo stia facendo.
- mi dia la penultima lettera del suo codice
- g
- legga qua, questo è il suo nome?
- sì
- buon viaggio
qualcuno delle ferrovie mi spieghi per quale oscura ragione gli intercity con i vagoni in via di rifacimento, si chiamano intercity plus invece che intercity minus. il biglietto costa meno, i vagoni sono i sopravvissuti di dieci anni fa, ma si chiamano plus.
i miei compagni di scompartimento hanno una dialettica che mi impedisce di continuare a leggere female male della russ. parlano di materie fiscali. potrei facilmente scrivere tutto quello che dicono. io non mi farei consigliare dalla laura. amici amici però. io nei momento delicati sul lavoro, con fabrizio che eravamo amici amici, che mi dava anche più affidabilità di laura... però...
il top è quando lei dice a lui, ho portato una mela anche per te, e lui dice una cosa? e lei una mela, e lui ma io non mangio le mele, e lei ma per il dopo pranzo, dopo il toast ci mangiamo una mela, e lui ma io non mangio mele mi sono portato le daygum protex, e lei le daycosa? e lui le daygum protex sono le stesse gomme che uso in ufficio, e lei ride è anche caruccia, e lui non ride e dice guarda che è prodotto professionale.
in treno le persone che parlano degli assenti ne parlano: o educatamente male, o male. i miei compagni di viaggio hanno mancato la pentola dell’acqua bollente da piccoli, scendo. scendono anche loro vanno alla fiera del libro.
ogni anno c’è qualche scrittore che dopo essere stato alla fiera del libro fa il pezzo in cui spara a zero sulla fiera del libro, fa caustici commenti su questo e quello eccetera, la verità è che parlare male della fiera del libro è un po’ come sparare sulla croce rossa, ok una croce rossa piena zeppa di persone, ma pur sempre una croce rossa. quello che invece pensavo mentre camminavo tra le case editrici, tra quelle fichissime che pubblicano solo gente-dea e quelle in cui è scritto a grosse lettere che siamo TUTTIAUTORI (tutto attaccato), è che i libri sono tantissimi. migliaia e migliaia di volumi che io, anche se ci fosse un mio libro, vuol dire che in quel magazzino di roba edita , il mio libro rappresenterebbe uno zero virgola zero zero zero zero uno di tutta la produzione presentata lì dentro. anche se ci fosse un mio libro, voglio dire, sarebbe percentualmente talmente irrilevante da non esistere, un po’ come pisciare in mare e pensare di essere oceano. la fiera del libro ti dà l’esatta misura di internet: tutti possono pubblicare, tutti sono autori, tutti sono editori, c’è spazio per ogni cosa.
tutti hanno diritto al loro 17x10x2 cm.
la verità è che girare per la fiera del libro mi deprime, arrivo anche di buon umore, poi dopo tre corridoi vorrei fuggire fuori, lontanissimo, andare a fare delle cose.
ascoltare renato zero. dovrei fare come la tipa seduta di fronte in questa fornace di localaccio. ascolta renato zero e guarda fuori. il problema di non-scrivere è che poi finisci così, in un locale torino-genova a ascoltare renato zero guardando fuori dal finestrino.
uscendo dalla fiera del libro passo sotto un cartello con scritto ATTENZIONE BARRIERA SIAE e sotto, una scritta, mi avverte che sto uscendo dalla barriera siae della fiera del libro che se supero quel cartello il mio biglietto non vale più.
appena fuori dalla barriera siae vengo colpito dai raggi di kryptonite e torno ad essere un povero stronzo.
fuori dalla fiera di torino, verso la stazione, le palazzine sembrano fatte con i lego di simone: arancione brillante e grigio, blu cobalto e bianco, giallo e rosso. alle finestre e ai balconi non si vede nessuno. si vergognano.
ho comprato solo un libro per cecilia, è tutto bianco non c’è scritto niente.
- mi dia la penultima lettera del suo codice
- g
- legga qua, questo è il suo nome?
- sì
- buon viaggio
qualcuno delle ferrovie mi spieghi per quale oscura ragione gli intercity con i vagoni in via di rifacimento, si chiamano intercity plus invece che intercity minus. il biglietto costa meno, i vagoni sono i sopravvissuti di dieci anni fa, ma si chiamano plus.
i miei compagni di scompartimento hanno una dialettica che mi impedisce di continuare a leggere female male della russ. parlano di materie fiscali. potrei facilmente scrivere tutto quello che dicono. io non mi farei consigliare dalla laura. amici amici però. io nei momento delicati sul lavoro, con fabrizio che eravamo amici amici, che mi dava anche più affidabilità di laura... però...
il top è quando lei dice a lui, ho portato una mela anche per te, e lui dice una cosa? e lei una mela, e lui ma io non mangio le mele, e lei ma per il dopo pranzo, dopo il toast ci mangiamo una mela, e lui ma io non mangio mele mi sono portato le daygum protex, e lei le daycosa? e lui le daygum protex sono le stesse gomme che uso in ufficio, e lei ride è anche caruccia, e lui non ride e dice guarda che è prodotto professionale.
in treno le persone che parlano degli assenti ne parlano: o educatamente male, o male. i miei compagni di viaggio hanno mancato la pentola dell’acqua bollente da piccoli, scendo. scendono anche loro vanno alla fiera del libro.
ogni anno c’è qualche scrittore che dopo essere stato alla fiera del libro fa il pezzo in cui spara a zero sulla fiera del libro, fa caustici commenti su questo e quello eccetera, la verità è che parlare male della fiera del libro è un po’ come sparare sulla croce rossa, ok una croce rossa piena zeppa di persone, ma pur sempre una croce rossa. quello che invece pensavo mentre camminavo tra le case editrici, tra quelle fichissime che pubblicano solo gente-dea e quelle in cui è scritto a grosse lettere che siamo TUTTIAUTORI (tutto attaccato), è che i libri sono tantissimi. migliaia e migliaia di volumi che io, anche se ci fosse un mio libro, vuol dire che in quel magazzino di roba edita , il mio libro rappresenterebbe uno zero virgola zero zero zero zero uno di tutta la produzione presentata lì dentro. anche se ci fosse un mio libro, voglio dire, sarebbe percentualmente talmente irrilevante da non esistere, un po’ come pisciare in mare e pensare di essere oceano. la fiera del libro ti dà l’esatta misura di internet: tutti possono pubblicare, tutti sono autori, tutti sono editori, c’è spazio per ogni cosa.
tutti hanno diritto al loro 17x10x2 cm.
la verità è che girare per la fiera del libro mi deprime, arrivo anche di buon umore, poi dopo tre corridoi vorrei fuggire fuori, lontanissimo, andare a fare delle cose.
ascoltare renato zero. dovrei fare come la tipa seduta di fronte in questa fornace di localaccio. ascolta renato zero e guarda fuori. il problema di non-scrivere è che poi finisci così, in un locale torino-genova a ascoltare renato zero guardando fuori dal finestrino.
uscendo dalla fiera del libro passo sotto un cartello con scritto ATTENZIONE BARRIERA SIAE e sotto, una scritta, mi avverte che sto uscendo dalla barriera siae della fiera del libro che se supero quel cartello il mio biglietto non vale più.
appena fuori dalla barriera siae vengo colpito dai raggi di kryptonite e torno ad essere un povero stronzo.
fuori dalla fiera di torino, verso la stazione, le palazzine sembrano fatte con i lego di simone: arancione brillante e grigio, blu cobalto e bianco, giallo e rosso. alle finestre e ai balconi non si vede nessuno. si vergognano.
ho comprato solo un libro per cecilia, è tutto bianco non c’è scritto niente.
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