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passando per il
cerchio mi ritrovai
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in
una finestra di specchi d'acqua (ch)e
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cercavano tutti
i punti di fuga
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verso i quali
ritornare scrosciando
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aria ed io
dall'uno all'altro ritentai
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di
rifluire tra alghe e scuri acqua-
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tici mostri il
cui fiato m'asciuga-
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va
dal vento e risalii scendendo.
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Al
di fuori uscii dal bordo della
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fontana e
tutt'intorno vidi un giardino
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di
siepi e di raggiri e di contorti
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rami che mi
tenevano distante
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da
una rocca disegnata e bella
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alla cui base
stavano dei corti
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segni,
un'allegoria sorprendente
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d'immagini del
primordiale fino
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a
quando tutto si spezza in parti
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ed
io non distinguevo una cosa da
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una
cosa e tutto mi sembrava e non
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appariva come
la somma delle
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singole
immagini messe in sequenza
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e
dalla forma del sole non vedevo
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il
sole, ma il suo fotogramma nero
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portato in
differenza dal livello
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primario a
quello dei suoi derivati
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cromatici tra
cui il ciano il giallo il
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magenta, e così
considerato
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quel globo non
vibra non arroventa;
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così mattino,
pomeriggio e sera
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restano
staccati attratti da sé
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ed
ogni loro parte si frantuma
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in
frazioni di corpo scatti netti
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di
fascia che riportano a galla
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l'apparire
chimico di diversi
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personaggi che
sono io che scrivo
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che
cado e che riporto il risultato
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in
colonna e non ne trovo l'arrivo.
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"Il
giardino era un laberinto dalle
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mille strade
tortuose dove fatto
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il
primo passo si restava smarriti"
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diceva il testo
ed io le proporzioni
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riconducevo al
fatto che stavo bene
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e
che oggi avevo voglia di giocare
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e
che me ne fottevo di ieri del fatto
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che
stetti male che soffrivo io
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e
che tu dondolando gemesti per tutta
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la
notte e che dopodomani è il giorno
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in
cui tutto cade: l'accento il respiro
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la
tua giovinezza non c'è mai stata
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questo
l'inganno della stampa della
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memoria la tua
giovinezza non
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era
altro che una linea a togliere
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dalla carne
alla carne per la carne
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uno
di quelli che, di quelle cose che,
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tutta questa
didascalia da dizionari
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questo
fraseggiare da teatranti,
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attraverso cui,
fu in quel momento che,
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in
quel giardino il dono originale
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della
dimenticanza abbandonai
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per
prendere l'acre versione della
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perdita e
muovevo il corpo a scatti
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a
tratti m'immergevo tra le siepi
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compenetrando
tra ramo e ramo
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facendomi parte
delle parti
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e
girando queste ultime cose
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ricavavo
comunque il senso modulare
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del
danno, della pioggia, delle cose
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di
senso e mi ritrovai d'improvviso
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davanti a
quell'altare dove un cerchio
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vuoto cadeva
sopra c'era una stella
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da
cui si vedeva il cielo e il quadrato
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sotto chiudeva
c'era poi il triangolo
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aveva poi il
suo pieno ed una stella
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da
cui si vedeva la rocca e il cerchio
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e
punte equilattere del triangolo
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di
pietra ed un cuore come il quadrato
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e
linee vedevo e non triangolo
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e
che spezzai con forza sul quadrato
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che
presi in mano premendo sul cerchio
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inutilmente
sforzai sulla stella
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di
righe e di forme piane il quadrato
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adesso brillava
come un triangolo
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così infilai
ripensando la stella
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così quadrato
vedevo di cerchio
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ed
entrando passai tutto il cancello
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e
mi pentivo di quanto avevo
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scritto il
fatto del dondolio del male
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la
confusione che mi ritrovavo
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delle persone
il linguaggio parlato
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quello
sillabico o quello normale
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scoprivo uguale
e dimenticato.
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("Dall'altra
parte dell'apertura"
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dicevo e mi
rassegnavo a salire
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per
quella parte della strada verso
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cui
tendevo, dalla quale mi sarei
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meravigliato
per via del cammino
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l'ingannare
lieve della scoperta
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di
cose già presenti per se stesse
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che
portano ad un ordine degli spazi:
100
un
semplice rilassarsi degli occhi).