1
la
rocca aveva otto lati per parte
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ed
ogni parte un ponte aperto
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in
ogni ponte prestava un quadrivio
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a
chi ne ricordasse il passaggio
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di
merli e cancelli di punte torte
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e
dentro stava un parco ed un bell'orto
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ed
un pozzo e la legna ed un impluvio
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per
i temporali del pomeriggio.
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Tanto scrissi
ma andò perduto
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di
quando salii alla rocca distante
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per
la quarta parte ero senza rime
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che
non distinguevo il dire dal fare
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e
baciavo ansimando il cammino
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ché
le prime sentii smesso il mattino
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e
venne e scese una pioggia cadde
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che
mi lasciò d'improvviso in silenzio
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e
diverse parole persi, tante
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che
di colpo asciugò tutte le cose
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ed
il loro suono ed il loro colore
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divennero la
febbre degli oggetti
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che
stemperarono il suolo cadendo
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dal
cielo al cielo ovvero ritornando
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per
via della terra a quell'idea prima
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che
mostra l'invisibile e l'incontrario.
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Ed
io camminavo tutta sentivo
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la
completa vergogna la nascosta
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dell'odore
delle cose del bosco
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e
tante altre forme di narrativa.
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Per
ora non ho detto ancora niente
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che
d'un tratto scese l'acqua di nuovo
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così come aveva
smesso riprese
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ed
aveva un nome questo danno
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che
io ritirando le mie mani
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pronunciai e
poi me ne dimenticai
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per
scelta e con sforzo scuotendo forte
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la
testa chiudendo gli occhi stringendo
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la
bocca serrando le gambe contro
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la
pancia e soffocandomi la lingua
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con
tutte le parole senza senso
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che
non volevo -cioè- non proprio
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mi
accorsi con uno scricchiolio
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che
non avrei lasciato che non sto
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lasciando
niente a nessuno che
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anche questa
volta quest'anno cede
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una
parte dei mie gesti che ho
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mutuato con
variabili e vettori
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d'una
produzione in codici d'attori
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e
tutti gli sforzi di mettere in numeri
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in
colore disperde ciò che vede
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e
ciò che non faccio è perso e ciò
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che
non compio è più che lasciato
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è
affondato nel senso che interno
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mi
spinge verso il basso a quella
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parte del mio
corpo dove proviene
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calore
intelligenza e brandelli
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di
memoria che stanno -lo so-
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tra
l'inguine e lo sterno distante
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da
quello che -già scritto- ora cancello.
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E
inaspettatamente piovve andando
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alla rocca e
per la strada stavano
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due
fiumi seriali in parallelo
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che
aria prendevano all'apertura
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e
ne mandavano onde ritrasmesse
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alla chiusura
del lago che alzava
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una
ricezione degli alieni
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(così almeno mi
fingevo disegnando
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sistemi solari
in prospettiva
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e
tutt'il cielo finiva solcato
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dal
bianco della loro impostura:
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ed
erano aerei ed immagini
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che
percepivo sdraiato
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sull'erba e la
loro natura
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perdeva d'adito
e dava plessi
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di
parallelepipedi costanti
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quadrilatteri
pomeridiani
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formati nella
volta in cui tracciavo
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le
strisce chiare che poi sfumavano
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spinte dal
vento nello spazio cubo
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del
niente che mi stava sopra nudo
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e
più vasto delle regioni sintattiche
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del
cono -azzurro- dei miei occhi).
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Ma
cosa io pensassi in quel momento
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non
ricordo avevo ancora il difetto
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di
pronuncia e piovve ancora due volte
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mentre cercavo
un riparo e perdevo
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il
foglio con tutte le parti già scritte.
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E
davanti al quarto fiume desiderai
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saltare a piedi
uniti, con vantaggio
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con
passo da gambero rosso
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muovendo le
anche formando cerchietti
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col
corpo ruotando in moto di sfera
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saltando
ritornando riscrivendo
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da
daccapo ripresi tutto in mano
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a
passi lenti ripetei rincorse
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cambiando
percorso o punto d'appoggio:
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e
poi le parole mi sembrarono
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troppe e decisi
di lasciare stare
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per
non aggiungere danno al danno
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col
sofferto autobiografismo acceso:
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ma
voltandomi il fiume -con inganno-
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era
mutato in ponte senza peso.