"Non posso sposarla" dissi alla madre di Altea che iniziò a
digrignare i denti, mentre la figlia si metteva a correre
per la stanza. "E' minorenne" continuai, non posso per
legge sposarla.
"Allora" fece il padre che non si sera alzato da tavola,
"ci pagherai ogni mese il suo sostentamento".
"Bravo!" esclamai. "Così ci arrestano per prostituzione!"
Il padre tornò a fissare la tovaglia a quadretti mentre
Altea smetteva di correre e diventava due e poi tre altee
che si mettevano assieme per formare il tronco e afferrarmi
e spingermi verso il burrone. Io cascavo, dal tronco
sbucavano le manine di Altea che mi tenevano per i vestiti
per i capelli e rotolavo con lei nell'erba sempre più
vicino al ciglio del burrone. Cercai di divincolarmi finché
non capii che Altea faceva sul serio, quella pazza si
sarebbe uccisa buttandosi giù dal burrone e avrebbe ucciso
anche me.
Eravamo proprio sul bordo e Altea stava inarcandosi per
buttarsi di sotto, io mi tenevo all'erba che si strappava
con un soffio. "Va bene!" urlai, "ti sposo! Non voglio
morire!" e Altea continuava a tirare e io continuavo ad
urlare che la sposavo che non volevo morire, allora lei
faceva un salto dalla parte opposta tirandomi con sé, e dal
tronco uscivano sei o sette Altea che si mettevano al
riparo dietro alle rocce.
"Ha detto che mi sposa!" urlò una delle altee al padre che
dalla cima della collina ci guardava seduto sul prato.
"Bene" rispose il padre e ci fece segno di risalire. Io
guardai il burrone profondissimo e sospirando risalii verso
l'alto: le altee erano molto simili, lo stesso sguardo
bellissimo, gli occhietti azzurri, i cappelli neri a
caschetto da maschio. La faccia un po' grossa, il brutto
naso prominente.
Una delle altee corse dal padre a sussurrargli cose
all'orecchio, mentre un'altra mi prese per mano e mi tirò
in un angolo della cucina: di nascosto mi disse che ero
pazzo ed iniziò a baciarmi la bocca, con quella lingua
bollente, quando mi baciava chiudeva gli occhi e le gambe
le diventavano molli, sarebbe caduta se un'altra Altea non
l'avesse tenuta da sotto le spalle. Allora quella si
riprendeva mi ripeteva che ero pazzo e continuava a
baciarmi.
Ad un certo punto il padre mi chiamò e a tavola adesso
c'erano tre altee, il padre e la madre.
"Dobbiamo farti un discorso" disse la madre indicandomi una
sedia vuota.
"Non posso sedermi" dissi io, "ma vi ascolto".
La madre, assomigliava un po' ad Altea, ma anche al marito.
Portava dei capelli molto curati, era grossa, parlava con
un importante accento romano. "Abbiamo saputo -mi disse-
che vuoi chiedere la mano della nostra Altea".
Il marito fece un profondo sospiro.
Le altee sedute al tavolo mi guardavano con la faccia
ostile, mentre le altee in piedi ascoltavano tutto con
grande interesse, ma fingendo di fare altro: una in
particolare stava dall'altra parte della stanza, lavava i
piatti facendomi l'occhietto e mettendosi un dito davanti
al naso. Passava i piatti sotto l'acqua, velocemente, per
poi metterli a scolare senza lavarli, sporchi di nero e
coperti di grasso.
"Sì" dissi io. "Desidero la mano di vostra figlia". A
questa mia frase tutte le altee sorrisero, anche quelle
sedute.
"Bene, bene" fece la madre. "Ma per poter avere la mano di
nostra figlia devi compiere una missione per noi. Devi
scendere nei tunnel e prendere i funghi vulcanici"
"Funghi vulcanici?" ripetei senza capire.
"I funghi vulcanici -mi spiegò una delle altee sedute- sono
come i funghi normali, ma hanno delle macchie rosse sul
gambo"
"Non farlo" mi sussurrò una delle altee che stava in piedi
fingendo di pulire. "I funghi vulcanici crescono in un
labirinto costruito da nostro padre. Non ne uscirai mai più
vivo!"
"Zitta te, strega! Bada a pulire la casa!" le urlò una
delle tre altee sedute e -alzatasi- le si lanciò contro
tirandole i capelli. Poco dopo erano diventate il tronco,
ma più piccolo di quello di prima, e poi rotolarono in una
delle stanze da letto e non le vedemmo più.
"D'accordo" dissi io alla madre. "Ma ho bisogno del mio
cane. Non vado da nessuna parte senza Bell"
La madre alzò le spalle e disse che per il cane non c'erano
problemi, purché non si mangiasse i funghi vulcanici.
"Non si preoccupi -risposi- Bell è morto, non ha bisogno di
mangiare"
Quando iniziai a scendere le scale, Bell era già vicino a
me, non lo vedevo, ma sentivo il suo respiro da cane. "Bell
bell, vecchio mio" dissi. Le scale erano completamente al
buio, non potevo vedere niente, andavo avanti buttando
avanti i piedi e le mani. Il rumore delle zampe di bell
adesso era davanti a me, adesso dietro; il povero Bell
provava forse a pisciare, alzava la zampa e restava così
immobile, senza che uscisse niente. Poi mi raggiungeva e mi
superava, o almeno così credevo.
Ad un certo punto vedevo i tunnel e le ombre che ci
correvano dentro. Gli occhi si erano abituati al buio.
Alcune ombre mi avevano visto e restavano immobili ad
aspettare che facessi la mia mossa, altre le sentivo
nascoste dietro ai muri del labirinto. Una delle altee mi
aveva confidato che il labirinto di loro padre non aveva
una uscita, ma un centro dove il padre aveva buttato terra
fertile: lì avrei dovuto cercare i funghi vulcanici e poi
tornare indietro per la stessa strada.
Un'altra tra le altee mi aveva donato un gomitolo di lana e
mi aveva detto di legarne un cappio all'inizio del
labirinto, per trovare poi la strada del ritorno. Ma quando
tirai fuori il gomitolo e iniziai a svolgerlo, mi resi
conto che era formato da tanti piccoli pezzi di lana
staccati gli uni dagli altri, tiravo e dopo un po' me ne
rimaneva una parte in mano, la buttavo, tiravo ancora e la
scena si ripeteva.
'Tipico di Altea' pensai.
Buttai via il gomitolo di lana.
Iniziai a camminare per i tunnel con Bell, cercando di
stare lontano da quelli in cui le ombre sembravano
aspettarmi. Avevo notato infatti che le ombre restavano in
attesa che io entrassi nel loro tunnel, se mi avvicinavo
quelle cominciavano a venirmi addosso allargando le braccia
e muovendo le spine. Ma se tornavo indietro anche loro
arretravano e tornavano ad attendermi con la loro sagoma
mostruosa.
Ogni tanto Bell si addentrava dentro uno di questi tunnel e
veniva colpito dalle ombre perdendo della vita, e tornava
subito tra le mie gambe latrando per il dolore. Dopo un po'
di tempo potevo curarlo, ma lo facevo solo per affetto:
essendo un non-morto Bell non ne aveva bisogno, le sue
ferite aperte prendevano a seccarsi e lasciavano polvere.
Di Altea non c'era più nessuna traccia e io cominciavo a
sentirne la mancanza, ma anche a dimenticarmi come fosse
fatta. Dovevo sforzarmi per rivedere il suo musetto, magari
cercando nella memoria un'occasione particolare che mi
aveva fatto felice. Cercavo indietro la scala da cui ero
sceso, ma non la trovavo, c'era soltanto il muro dei tunnel
del labirinto.
A quel punto di tornare indietro non se ne parlava, e
pensai che se avessi rivisto Altea l'avrei riconosciuta,
anche se magari adesso me la dimenticavo. Le cose che me la
avevano fatta finire tra le braccia la prima volta
funzioneranno anche la seconda, pensavo.
Il mio girare per il labirinto, comunque, non portava a
niente perché, evitando i tunnel dove le ombre mostruose mi
aspettavano, mi trovavo a girare in tondo nei pochi
restanti, senza potermi davvero addentrare nella parte
centrale.
Fu di nuovo Altea a salvarmi.
Sentii la sua voce una volta che mi ero sdraiato per terra
a riposarmi, Bell era sparito da alcuni anni, probabilmente
i mostri lo avevano colpito troppo a lungo, e si era
trasformato in qualcos'altro.
Altea mi chiamava per nome, e io non la vedevo, non solo
per il buio: non c'era. "Ma dove sei finita?" chiesi
alzandomi, e lei mi sussurrò sono qua, e solo in quel
momento vidi per terra una botola, nascosta da sassi e
muschio.
"Cosa ci fai lì dentro?"
"Apri la botola! Ti porto al centro del labirinto"
Mi chinai per aprire la botola, ma quella era chiusa a
chiave. Provai a dare qualche strattone, ma non serviva a
niente.
"E' chiusa a chiave" sussurrai di nuovo.
"Usa la chiave!" disse lei.
"Non ho la chiave!"
Ci fu una lunga pausa e poi la sentii piangere.
"Che succede?"
"Non hai usato il mio gomitolo di lana!" mi accusò la sua
voce.
"Il filo era rotto" protestai.
"Il filo! Non serviva a niente il filo! Nel centro del
gomitolo c'era la chiave!"
"Potevi dirmelo!"
"Se avessi svolto tutto il gomitolo come ti avevo detto lo
avresti capito da solo!"
Mi grattai la testa e le dissi che mi scusavo, ma quando
avevo visto i pezzi di lana tutti staccati avevo pensato
che lei si fosse sbagliata. Perché non mi aveva dato un
gomitolo con il filo tutto intero?
"Non so cucire" mi rivelò lei. "Tutta la lana che era in
quel gomitolo l'avevo raccolta di nascosto mentre mia madre
cuciva, erano gli scarti che per anni lei aveva buttato al
gatto per farlo giocare". Di nuovo cominciò a piangere.
"Scusami" dissi io di nuovo. "Adesso vado a cercare il
gomitolo così stiamo un po' assieme".
Lei continuò a piangiucolare per un po' e poi disse va
bene, ma che mi sbrigassi.
Prima di andarmene posai una o due pietre una sopra
l'altra, per poter trovare in seguito quella botola,
altrimenti nascosta.
Tornai sui tunnel già percorsi, battendo con il piede per
terra, alla ricerca di quel benedetto gomitolo di lana.
Alla fine lo trovai, bagnato e sprofondato nella terra
umida: infilai le dita dentro alla lana marcita e raggiunsi
la chiave, c'era ancora.
Allora ripresi il cammino appena fatto, sperando di
ritrovare le pietre che indicavano la botola. Mentre
camminavo sussurravo il nome di Altea, sperando che quella
da sotto terra mi sentisse e chiamasse il mio nome.
Ad un certo punto inciampai nei sassi che avevo messo e
ritrovai la botola.
"Altea -dissi- ho la chiave"
Nessuno mi rispose.
Cercai con le dita la serratura e infilai dentro la piccola
chiave. Quella girò con un rumore metallico e fece un giro
completo. Aprii la botola e dentro c'era una scala di
pietra, che scendeva verso una fonte di luce.
Di Altea nessuna traccia.
Lasciai così la parte esterna del labirinto per ritrovarmi
in una stanza intonacata, senza finestre, con una lampadina
che pendeva dal soffitto e una porta d'interno che dava su
una scala che conduceva ad altre due stanze identiche alla
prima. In ogni stanza c'era ancora un porta che conduceva
in altre stanze, o scale o bassi corridoi su cui si
aprivano stanze sempre uguali. L'ambiente era deserto, ma
ogni tanto per terra si potevano vedere formiche notturne
che si muovevano lentamente, abbagliate e confuse dalla
luce fioca della lampadina.
Avevo sentito dire molte cose sulle formiche notturne, ma
non ricordavo con precisione se fossero carnivore o no.
Evitai di schiacciarle in ogni caso.
Girai per quell'enorme agglomerato di stanze abbandonate
senza mai trovare nessuno, ma questo, invece di
tranquillizzarmi, mi rendeva nervoso. La prima volta che
decisi di dormire e mi buttai per terra con le testa
poggiata su di un braccio, mi resi conto che le lampadine
non potevano essere spente, non c'erano interruttori. Non
ci avevo mai fatto caso. Appena chiusi gli occhi sentii
prudere i piedi, qualcosa mi aveva punto, come zanzare
invisibili e senza suono. Si sentiva puzza di orina, ma
solo quando si stava sdraiati. Le formiche notturne non mi
morsero, ma di notte sentivo le loro parole.
In una stanza trovai un porta molto più bassa e larga della
altre e -aprendola- mi trovai in una parte ancora in
costruzione: i muri avevano i mattoni a vista e il tubo
nero che saliva fino al soffitto. Qui c'era anche una
finestra: fuori si vedevano i ponteggi, e colline deserte.
Di fronte alla casa c'erano solo colline di terra rossa, e
le fondamenta di una seconda casa in costruzione. Il cielo
grigio era di cemento, tutto il cielo era una volta di
cemento, e alcune lampade di luce bianca illuminavano le
costruzioni, dandogli l'aspetto di scheletri
Non c'era nessuno, non c'era un alito di vento. In
lontananza si poteva vedere un lago e sopra al lago una
villa, o qualcosa del genere.
Nella stanza c'era una seconda porta, che conduceva di
nuovo nel dedalo. Oppure una scala in costruzione mi
portava al pianoterra.
Altea non mi aveva dato nessuna indicazione e quindi decisi
di scendere in basso e dirigermi verso la villa, speravo di
poter trovare un posto per dormire, e invece subito fuori
del palazzo c'era un albero con sopra una scimmia che
danzava.
Appena mi vide, la scimmia scese e iniziò a correre a
quattro zampe verso la villa. Sospirando la seguii.
Ero già stato altre volte in quella villa, sapevo che aveva
centinaia di camere e che una volta entrati dentro la cosa
migliore da fare era uscire e scappare.
Ricordavo anche vagamente che una lunga strada portava fino
al mare.
La scimmia correva e di tanto in tanto si fermava per
pulirsi la testa con le dita, appena mi avvicinavo
ripartiva con la sua corsa goffa, lanciando delle urla.
Speravo che nella villa ci fosse Altea, e che la scimmia
fosse una sua emissaria.
Altre volte Altea aveva usato del canarini, ma poi si
ammalavano, quindi aveva smesso. Magari la scimmia era una
novità.
Correndo dietro alla scimmia arrivai velocemente al lago,
la scimmia stava guardando indietro per controllare la mia
camminata e senza accorgersene cascò dentro all'acqua che
si richiuse sopra la sua testa. Dopo un attimo sembrava che
il lago fosse di ghiaccio e che la scimmia non fosse mai
esistita.
"Addio emissario" dissi io a bassa voce e guardai
sconsolato il castello dall'altra parte del lago.
Iniziai a seguire la riva del lago, ma più camminavo meno
ne vedevo la fine, tanto che pensai che potesse essere un
fiume. Dopo molte ore di cammino mi voltai indietro: vidi
il castello ridotto a una piccola macchia e -dall'altra
parte- gli stabili in costruzione inghiottiti dal buio.
Scossi la testa e decisi di ritornare indietro. Non sapevo
proprio come raggiungere il castello, e dopo pochi minuti
mi trovai davanti all'ingresso, come se le due vallate si
fossero specchiate e quello che era alla mia destra era
desso a sinistra e viceversa.
Non ne fui sorpreso, entrai nella villa e scoprii che si
era nel pieno di un congresso, c'era gente che arrivava
dalle più diversi parti del mondo. Tutti dormivano per
terra, o in grossi stanzoni arredati con pesanti letti a
due piani.
Lì incontrai Adele, che mi riconobbe e mi abbracciò, erano
vent'anni che non ci incontravamo. Era bella come una
volta, ma aveva ancora la bocca con quel difetto.
Parlava e mi stava ad ascoltare con un sorriso dolce e poi
mi portò in una stanza dove c'erano dodici letti a castello
e lei dormiva sotto al dodicesimo. "Vieni" mi disse
indicando il sotto del letto e così ci nascondemmo lì.
Pensavo che ci sarebbe stato un freddo cane, e invece Adele
aveva steso due coperte bollenti, così si sudava da pazzi e
sentii di nuovo l'odore dolce di quella donna, lo stesso
odore che ha la carne quando viene tagliata a pezzi e fatta
bollire.
Lei mi aveva abbracciato e mi mordeva le labbra cercando di
farle sanguinare, c'era poco spazio eravamo praticamente
infilati l'uno dentro l'altra, e infatti lei mi aveva
aperto i pantaloni e teneva tra le sue dita gelide il mio
sesso. "Adele" dissi io e lei già mi dava dei colpi per
sentirlo bene dentro e mi mordeva ancora. "Se vengo adesso
sarà come venire nel sonno" le dissi, così lei mi schiacciò
sul pavimento e continuò a sbattermi finché non venni e
allora lei fece una cosa che non capii, sentivo come
qualcosa di duro che mi prendeva il sesso e lo schiacciava,
cercando di morderlo.
"Cosa..." dissi io tirando la testa di Adele lontano da me.
La ragazza rise. "Ho la fica col becco, non ricordi?"
disse. Era vero, una volta me la aveva fatta vedere, sopra
e sotto la fica aveva due becchi di osso che si potevano
aprire e chiudere, le erano rimasti alla nascita, invece di
cadere come fanno di solito. Con i becchi si poteva avere
un orgasmo aggiuntivo, e infatti la fica a becco iniziò a
farmelo tornare duro e dopo un po' venni di nuovo, questa
volta con più trasporto. Lei rideva con gli occhi lucidi e
mi disse che le facevo schifo e che era meglio che me ne
andassi prima che tornasse suo marito.
"Sto cercando i funghi vulcanici" dissi io e lei alzò le
spalle. "Nel bosco è pieno".
Da sotto il letto si vedeva la finestra e oltre la finestra
le stelle.
Sapevo che Adele non mi avrebbe accompagnato di sotto, con
lei era sempre stato così, era gelosa di Altea. La fica a
becco mi aveva lasciato il pene mollo e ora si era messa a
fischiare, a volte succede.
"Me ne vado" dissi ad Adele che adesso mi dava la schiena e
per tutta risposta lei alzò le spalle. "Ciao" disse
soltanto agitando una mano e continuando a leggere la sua
rivista.
Ero già stato nel bosco. Almeno una volta. Il bosco era
attraversato da alcuni sentieri, molto distanti gli uni
dagli altri. Non si poteva camminare fuori dai sentieri e
non si poteva passare da un sentiero all'altro. Il bosco si
stendeva su una enorme pianura, e appena si entrava nel
primo sentiero del bosco, venivano fatte partire persone da
altre estremità del bosco, per altri sentieri, persone che
giravano a gruppi, andando di bivio in bivio. La volta
precedente non era stato piacevole, i gruppi erano
difficili da comprendere: coppie di vecchi anziani,
ragazzini, un uomo solo con il suo cane.
Non sapevo precisamente cosa accadeva quando un gruppo
incontrava la persona che era appena entrata nel bosco,
sapevo soltanto che era meglio che non capitasse.
La seconda cosa che sapevo del bosco non aveva niente a che
fare con il bosco. Ricordavo che entravo per una piccola
porta in una zona periferica di una mostra di macchine per
ufficio, una serie di piccolissimi stand gli uni accanto
agli altri, non avevo il colpo d'occhio ma sapevo che si
trattava di trenta o quaranta stabili pieni di questi
piccoli stand dove rappresentanti stavano ad aspettare i
visitatori. Io entravo in una zona periferica dove non si
vedeva nessuno, gli stand erano stai costruiti in modo da
formare un labirinto. Si sentiva un grande rumore provenire
da lontano e tutti erano sfiniti, c'era un caldo
irrespirabile. Proprio il primo stand era quello che
interessava me e la cosa era paradossale perché era uno
stand da niente, un tavolino con sopra dei fogli messo
vicino ad una scala antincendi chiusa e una porta dei
cessi.
Non ricordo niente di quello che dissi al rappresentante,
sempre che ce ne fosse uno e del perché dovessi andare
proprio lì.
Ogni volta che penso al bosco mi viene in mente anche di
questa cosa della mostra delle macchine per ufficio,
evidentemente c'è un nesso che non capisco. Dentro agli
oggetti si nascondono delle relazioni che spesso non sono
comprensibili se non in particolari situazioni o per certi
tipi di animali. O insetti.
Non sapevo che dietro alla villa ci fosse uno degli
ingressi del bosco, eppure doveva essere così, non avevo
neppure mai visto i funghi vulcanici nel bosco, ma magari
non ci avevo fatto caso, così presi il sentiero che entrava
dentro e iniziai a camminare, si sentivano i rumori delle
foglie.
Il bosco era completamente cambiato dall'ultima volta che
c'ero stato, o forse così sembrava a me per via del doppio
orgasmo avuto con Adele.
Girandomi indietro si vedeva ancora la villa, avvolta dalla
vegetazione cresciuta disordinatamente.
"E adesso dove li trovo i funghi vulcanici?" dissi a bassa
voce tra me e me pensando che proprio in quel momento,
dall'altra parte del bosco, venivano fatte partire le
persone che avrebbero camminato di sentiero in sentiero per
incontrarmi.
Fu in quel momento che vidi l'albero e i suoi frutti, si
trattava di un albero che stava all'interno del bosco e che
aveva attirato la mia attenzione perché era mosso dal vento
mentre tutti gli altri alberi erano immobili.
Un piccolo sentiero portava fino ai piedi del tronco dove
c'erano i frutti piatti e schiacciati; nel mezzo del frutto
c'era una linea rossa, man mano che il frutto maturava
aumentava la pressione che schiacciava il frutto fino a
renderlo del tutto piatto e a quel punto il frutto cadeva a
terra e si sentivano i vagiti, tagliando il frutto lungo la
linea rossa usciva un neonato o un feto a seconda del
livello di maturazione. Queste cose mi vennero spiegate più
tardi da una delle scimmie di Altea, ma in quel momento io
avevo preso in mano uno dei frutti che era diverso dagli
altri, aveva una lunga linea viola, era più spesso e
tagliandolo lungo la linea viola trovai al suo interno un
foglio.
Sul foglio c'era scritto 160804.
Era un messaggio di Altea, lo capii dalla scrittura che era
tutta contorta e piena di correzioni fatte con penne
diverse, in pratica Altea quando doveva scrivere qualcosa
tracciava dei segni sul foglio e poi lasciava perdere e se
ne andava. Dopo qualche giorno riprendeva in mano il foglio
e faceva dei piccoli segni vicini a quelli già fatti in
modo da avvicinarsi poco a poco a quello che aveva voluto
scrivere la prima volta. La cosa si ripeteva per diverse
settimane e alla fine il foglio era un insieme di piccole
linee ravvicinate che effettivamente potevano con
difficoltà essere lette, non proprio tutto il foglio,
alcune parti rimanevano del tutto incomprensibili, ma in
linea generale Altea riusciva a comunicare in questa
maniera e la cosa era ancora più notevole se si considerava
che Altea non sapeva leggere e alcune dita della sua mano
sinistra erano palmate.
Non sapevo cosa volesse dire il numero ma pensai fosse un
bel segno avere un contatto da Altea e credetti che i
funghi vulcanici fossero vicini.
Mi avvicinai all'albero e vidi che era cavo e che al suo
interno c'era una leva e sopra la leva un piccolo specchio.
Nel momento che tirai la leva capii che la griglia di
connessione, così come io l'avevo conosciuta, era sparita.
Non sentii nulla, ma lo specchio mi mostrava un punto
sconosciuto nel bosco nel quale un portone di pietra
lentamente si stava aprendo e ne uscivano fuori volpi color
metallo. Dietro al portone si vedevano scuri i funghi
vulcanici.
Le volpi color metallo sono molto difficili da uccidere e
quando muoiono restano immobili per un po' e poi spariscono
senza fare odore. Vanno colpite più di una volta e le prime
volte rimbalzano contro i colpi dando l'idea di essere
eterne.
Non avevo armi per combattere contro di loro tranne l'uovo.
Guardando l'inclinazione dello specchio cercai di capire
dove si trovasse il portone di pietra e lentamente iniziai
a camminare verso quella parte del bosco. Non molto
distante da me, sul sentiero che avevo abbandonato poco
prima, c'era un vecchio adesso che mi fissava con lo
sguardo attento, probabilmente il sosia partito alla mia
ricerca dalla parte opposta del bosco, non si azzardava ad
uscire dal sentiero per paura delle volpi color metallo.
Restai un attimo immobile a guardarlo. Attorno a me c'era
questo prato di erba che sembrava vera, ma era in realtà
carta inzuppata d'acqua: mancando una fonte solare primaria
le piante non potevano crescere.
Iniziai a camminare e subito il vecchio prese a camminare
nella parte opposta. Andando verso le volpi di metallo, lui
andava verso la casa e viceversa.
In quel momento il vecchio si sdoppiò, vidi che una copia
del vecchio aveva lasciato il sentiero e correva mentre di
me, mentre l'originale restava immobile. La coppia del
vecchio era agile e correva verso di me molto velocemente,
aveva una giacca e pantaloni marroni e il viso con una
smorfia di vittoria. Gli occhi erano completamente folli.
Presi alcune pietre e gliele tirai mentre si avvicinava,
una lo colpì in fronte e uscì sangue denso e scuro, ma
quello continuava a correre come se non sentisse dolore,
anzi, ad ogni colpo ricevuto mandava una risata improvvisa
e rotta. Più rideva più cresceva la mia rabbia e prendevo
ancora pietre e le lanciavo contro di lui, ma poi lasciai
perdere perché vedevo che non serviva a niente.
Quando mi fu vicino alzò le braccia al cielo e poi mi
afferrò e iniziò a stringermi come in una tenaglia. Il suo
viso era tutto teso nello sforzo adesso e sembrava non
vedermi, lo sguardo fissava un punto impreciso dietro di
me.
"Almeno guardami" gli dissi, ma quello continuava a
stringere e adesso mandava dei gemiti per la fatica.
Il vecchio originale era ancora nel sentiero e ondeggiava
appena cercando di capire cosa stesse succedendo, in quel
momento apparve la prima volpe argentata.
La vidi sbucare da un cespuglio alle spalle del vecchio, la
testa ciondoloni, le zampe che si muovevano a scatti e il
rumore di tenaglie che quel tipo di volpi hanno. Il vecchio
da distante iniziò ad agitarsi, si mise ad urlare e battere
le mani, cercava di attirare l'attenzione del suo sosia che
non si era accorto di nulla. La volpe si rannicchiò a
terra, come per riposarsi e subito scattò invece con le
mandibole aperte contro la schiena del sosia che -colpito-
iniziò a gridare, non mollava la presa e mi stringeva
ancora con tutta la sua forza. Ma anche la volpe aveva
tutti i denti all'interno della carne del sosia che
cominciò a dividersi, nel punto in cui la volpe aveva
infilato i suoi denti si produssero dei filamenti e il
corpo del vecchio si divise in due altri sosia che erano
identici al primo. Ma nel frattempo era arrivata una
seconda volpe e assieme alla prima si erano lanciate contro
i due sosia: se intendiamo il vecchio che era rimasto sul
sentiero come originale, allora adesso avevo davanti a me
sosia uno e sosia due. Sosia uno si era chinato a prendere
dei sassi, forse per tirarli alle volpi, ma una di quelle
bestie aveva approfittato della posizione a carponi di
sosia uno per salirgli sulla schiena e staccargli il collo
a morsi. Sosia due si era di nuovo girato verso di me e
aveva allargato le braccia per stringermi, come se le volpi
non esistessero e prima che potesse prendermi la seconda
volpe gli era saltata addosso e gli aveva infilato i denti
nella schiena. Il vecchio che era rimasto sulla strada,
l'originale, si era messo a urlare e gesticolare e un terzo
sosia stava scendendo verso di noi, ridendo e saltando.
Dai cespugli continuavano a sbucare altre volpi, due si
dirigevano verso di me, una verso sosia tre, le altre
finivano di sbranare sosia uno e sosia due.
"Buone, buone" dissi alle volpi indietreggiando verso
l'albero, quando alle mie spalle sentii un rumore. Un
cespuglio si mosse e dal cespuglio uscì fuori Bell.
"Bell! Vecchia canaglia!" gridai e quello mi venne vicino
per strusciarsi contro le mie gambe.
Mi aveva seguito tutto questo tempo, che cane fedele. Gli
passai la mano sullo scheletro e quello mandò un guaito
debole di gioia. Poi vide le volpi e iniziò a ringhiare.
Bell non aveva certo l'indole famelica ma in quel momento
era brutto a vedersi, non sembrava neppure un cane
veramente morto. Le volpi vedendo bell si lanciarono contro
di lui.
Io tirai una cosa che avevo in tasca, un sasso dal peso
centuplicato e una delle volpi si accartocciò; sopra il suo
cadavere si vide per un attimo una cifra e poi niente. La
seconda volpe si era arrotolata attorno Bell, come un collo
di pelliccia e ora cercava di soffocarlo. Bell non
respirava abitualmente, quindi a morsi strappava via la
pelle marcia della volpe.
In quel momento nessuna volpe mi stava guardando quindi
iniziai a correre, infilandomi nel bosco e dirigendomi
verso la tana che avevo visto nello specchio. Le volpi che
incontravo erano del tipo morbido e comunque correvano
tutte verso il luogo dello scontro, nessuna badava a me.
Ad un certo punto incontrai alcune carogne di volpe e
dietro c'era la tana aperta. Dentro c'erano i funghi
vulcanici.
Entrai dentro, presi due o tre funghi e in quel momento la
porta si chiuse. Mi girai ma era buio non si vedeva nulla.
Dietro di me sentii uno scalpiccio di passi e poi una bocca
che mi premeva contro i denti e cercava di mordermi le
labbra.
"Altea" dissi riconoscendo l'odore.
Si accese una luce tenuta in mano da una seconda Altea, la
prima era tra le mie braccia, aveva gli occhi chiusi e
cercava ancora di mordermi le labbra. Abbiamo ucciso noi le
volpi disse dal buio una voce di Altea.
"Ma quante siete" mormorai, allontanando da me la prima
Altea.
"Ti ho aspettato tanto" disse l'Altea che teneva la lampada
in mano.
"Perché non sei venuto prima? Non hai seguito lo scimmiotto
che ti abbiamo mandato?" chiese una nuova voce di Altea dal
buio alla mia destra.
"Non ho incontrato nessuno scimmiotto" risposi.
La prima Altea mi aveva afferrato una mano e se la stava
strofinando tra le gambe. La voce di Altea alle mie spalle
disse che dovevamo andarcene prima che tornassero le volpi.
L'Altea con la lampada disse che era rimasta vergine per
me. Un'altra Altea mi si aggrappò al collo e disse che lei
forse era vergine anche lei, ma aveva perso del sangue non
ne era sicura. Un'Altea entrò in quel momento riaprendo la
porta e disse che le volpi stavano per tornare alla tana
che dovevamo scappare.
"Ho preso solo tre funghi vulcanici" dissi.
"Lascia perdere i funghi vulcanici. Mio padre è morto due
anni fa, i funghi non servono più" disse l'Altea che era
appena entrata.
La prima Altea tirò un pizzicotto al braccio dell'Altea che
mi si era aggrappata al collo, ma quella non lasciò la
presa e anzi avvicinò la sua bocca al mio orecchio sinistro
e mi chiese se avevo un profilattico nel portafoglio, come
la prima volta.
"Tengo sempre un profilattico nel portafoglio" dissi.
"Finché non si squagliano per il calore".
Alcune Altea lanciarono un grido, altre si misero a ridere.
L'Altea che ci aveva avvertiti delle volpi disse che non
c'era tempo da perdere che dovevamo passare per la scala a
chiocciola. Sul fondo della grotta c'era infatti una grossa
apertura e, tra rocce e calcinacci, era stata costruita
dalle altee una pericolante scala a chiocciola di plastica.
Iniziammo a salire, c'erano altre altee lungo il percorso,
erano a decine e decine e mentre camminavamo per la scala a
chiocciola l'Altea che mi si era attaccata al collo disse
che un giorno un astronauta terrestre era atterrato su un
pianeta abitato da immobili golem di pietra. I golem erano
immobili e coprivano interamente la superficie del pianeta.
"Perché mi racconti questo adesso?" chiesi sudando per la
fatica.
"Dobbiamo fare quasi trecento chilometri di scala a
chiocciola, in qualche modo dovremo passare il tempo. E poi
ho paura di dimenticarmi la storia".
"Vai avanti"
"Insomma, arriva un terrestre su questo pianeta, atterra
sui golem e inizia a camminare sui golem. Vuoi sapere come
ci è arrivato?"
"Magari dopo"
"Ok. Dopo un po' che cammina sente un caldo terribile alla
testa e capisce che i golem stanno cercando di comunicare
con lui per via telepatica o radio e non avendo lui queste
capacità non sente i loro pensieri ma al contrario il suo
cervello si surriscalda"
"Ma è un sogno che hai fatto?"
"No, è una storia. A questo punto uno dei golem si alza e
inizia a camminare verso il terrestre che fugge, ma dopo un
po' il terrestre inseguito viene preso dalle mani dei golem
che sono immobili a terra e in pratica lo fanno a
brandelli, lo riducono in poltiglia"
"Quando avete costruito questa scala a chiocciola?"
"Mentre ti aspettavamo. A questo punto i vari brandelli di
carne vengono passati di mano in mano in profondità fino al
cuore dei pianeta dove ci sono delle specie di ragni.
Enormi ragni che poi si capirà essere i veri abitanti del
pianeta. Sono pochi, circa otto"
"Altea sono sfinito, potresti staccarti da collo?"
Una Altea di fronte a me disse nel buio che invece di
lamentarmi potevo anche stare a sentire la storia. Quella
che avevo al collo riprese come se non avessi detto nulla.
"Questi ragni iniziano a ricostruire le parti dell'umano
ricucendole con una loro particolare bava, fanno diversi
tentativi basandosi sui ricordi oculari dei golem della
superficie visto che loro non hanno mai visto l'umano
intero, fanno anche errori tipo ricostruiscono la tuta
spaziale come se fosse parte del corpo, o danno all'uomo
polmoni incapaci di respirare l'atmosfera del pianeta, ma
andando per tentativi alla fine hanno un uomo di nuovo
vivente, anche se esteriormente deforme e grottesco. Ad
esempio ha un cranio aperto e parte dei polmoni sono
esterni, sulla schiena. Ma è vivo e può comunicare con loro
tramite il pensiero, così viene a sapere che quei ragni
sono gli ultimo sopravvissuti dei reali abitanti del
pianeta che millenni prima era stato attaccato da una razza
extraterrestre di golem di pietra, indistruttibili".
"E perché i golem hanno risparmiato gli otto ragni?"
"Non hai capito. In realtà sono i ragni i vincitori. Non
potendo uccidere i golem, con i loro poteri telepatici i
ragni hanno indotto un orgasmo perenne e intenso ai golem
che si sono seduti incapaci di fare altro che godere
fisicamente, e più golem scendevano sul pianeta, più quelli
si fermavano a godere, fino a coprire del tutto il pianeta
ed aumentarne notevolmente le dimensioni della massa del
pianeta stesso".
"E perché i ragni vivono sottoterra e non al di sopra dei
golem?"
"Per due ragioni. La pressione esterna del pianeta,
aumentato di dimensioni a causa dei golem, ucciderebbe i
ragni e i golem non sono immortali, ogni migliaia di anni
uno muore sbriciolandosi, quindi i ragni aspettano che
piano piano tutti i golem si sbriciolino e finalmente loro
possano riprendere a vivere normalmente sul loro pianeta.
Comunque i ragni hanno simpatia per il terrestre che invece
vorrebbe suicidarsi perché questo suo nuovo corpo è orrendo
e prova dolore continuo, e allora i ragni fanno in modo che
il suo corpo soffra minimamente il dolore e che per dodici
ore al giorno provi anche lui un orgasmo fisico assoluto e
devastante, in modo da poter sopportare le restanti ore di
dolore e di abbandono. La rotazione è di sedici ore. Il
terrestre effettivamente si adatta e vive sul pianeta per
millenni, in quanto i ragni sono in grado di ricostruire
gli arti che man mano si logorano e di riattivare le
cellule morte"
"Quindi il terrestre assiste allo sbriciolamento dei golem"
"Non lo so" disse l'Altea staccando le braccia e
sprofondando nel buio alle mie spalle. "La storia che mi
hanno raccontato finiva qua" disse una seconda voce davanti
a me.
Continuai a camminare nell'oscurità.
La scala ondeggiava gemendo e di tanto in tanto apparivano
macchie di luce che ondeggiavano nell'oscurità, inghiottite
dal buio che avevano attorno. Non potevo capire quanto
fossero le Altea che mi seguivano e mi precedevano, ma non
dovevano essere poche se il loro peso faceva pendere
pericolosamente la scala da ogni parte.
"Potevate prendere una scala più robusta" mi lamentai ad un
certo punto e una delle altee mi disse che la scala era di
plastica perché era in offerta. "Non ci potevamo permettere
trecento chilometri di scala a chiocciola in ferro e legno"
confermò una voce dietro di me, mentre un'altra voce sopra
la mia testa nel buio urlò che invece avrebbero dovuto
prenderla di ferro che questa salita la stava facendo
morire di paura, al che una quarta voce disse che nessuno
l'aveva obbligata a scendere lì sotto, che se aveva tanta
paura avrebbe potuto aspettarci nella cucina, e si levarono
a questo punto altre voci che provenivano da ogni parte,
alcune che difendevano l'Altea spaventata, altre che le
davano addosso, finché la scala non si piegò con uno
scricchiolio sinistro, sbandando e inclinandosi su se
stessa facendoci cadere sugli scalini. Allora si sentirono
urla terrorizzate delle altee e poi un silenzio
lunghissimo.
"Proseguiamo" disse una voce di Altea e un'altra voce le
risposte che prima dovevano capire che era successo.
"Qualsiasi cosa sia successo non possiamo fare altro che
ripartire. Tanto vale farlo subito"
"Potremmo scendere di nuovo" disse un'altra voce.
"Se scendiamo non potremo più risalire, non conosciamo
nessuna strada che risalga. Questa scala a chiocciola è la
strada più sicura per tornare su"
"E se la scala a chiocciola ad un certo punto finisse? Chi
ci dice che arriva fino in cima?"
"Cretina, siamo scesi con questa scala, se siamo scesi,
vuol dire che risaliremo anche"
"Sono passati anni da quando siamo scesi. E poi abbiamo
iniziato a costruire la scala partendo dall'alto per finire
con le fondamenta. E se non ci fossero bastati i pezzi e
avessimo smontato quelli più in alto per terminare la parte
fino al suolo?"
Le voci delle altee arrivavano da tutte la parti, alcune
mormoravano, altre cercavano di prendere parte alla
discussione. "II dubbio del riciclo dei pezzi è legittimo
ma non ammissibile, la torre sarebbe crollata senza
fondamenta e senza tetto"
"Alcune torri..." iniziò una delle altee ma poi non finì la
frase e rimase in silenzio.
"Avevamo previsto il peso della risalita, non dovremmo
preoccuparci di questo" disse una Altea dietro di me che
poi, all'improvviso, mi strinse la mano. La sua pelle era
leggermente sudata e la carne fredda.
"Dovremo pensare alle volpi" disse allora una voce
lontanissima in alto. "Cosa avranno fatto le volpi una
volta vista la scala?"
Di nuovo sentii voci che mormoravano e poi una Altea disse
che saranno salite sulla scala, ci avranno inseguite.
L'Altea che mi teneva la mano disse che non si erano
sentiti i rumori, il mormorio di tenaglie che fanno le
volpi quando sono affaticate. "E poi -aggiunse- le volpi
hanno paura delle grandi altezze"
"Le volpi non fanno nessun rumore nel momento
dell'inseguimento. E poi il buio completo gli impedisce di
avere l'orrore del vuoto. Sanno di essere ad chilometri di
altezza, ma il fatto di non vederlo le tranquillizza e
mantiene vivo il loro appetito" disse di nuovo la voce
distante sopra di me.
"Le volpi potrebbero averci inseguite. Questo ci
spaventerà?" disse una Altea davanti a me.
"Andremo avanti con la forza della disperazione" disse
allora l'Altea che mi teneva la mano. "Lo abbiamo fatto per
anni"
Siccome mi sentivo responsabile di quella situazione dissi
che amavo Altea, ancora oggi. "Sento che tornerà a dormire
poggiando la testa sulla mia pancia e io le accarezzerò la
testa" dissi. Adesso nel buio non mi ricordavo neppure la
faccia di Altea ma quell'amore non aveva bisogno di una
luce particolare.
Le altee non dissero nulla ma poco dopo sentii che avevano
ripreso a camminare, e così continuammo per un tempo molto
lungo finché non sentimmo un urlo sotto di noi in basso.
"Che succede?" chiese l'Altea che ancora mi teneva la mano,
anche se più debolmente.
"Una volpe ha morso al collo l'ultima in basso. Forse è
morta!"
"Ci sono altre volpi?"
"Si sentono centinaia di borbottii, devono essere salite
tutte!"
"Staccate la scala nel punto delle volpi in modo che
crollino con la scala"
"Sei pazza, crolleremo noi, il basamento è dalla loro
parte!"
"Anche il culmine della scala a chiocciola è fissato in
alto, non dovrebbe precipitare niente"
"Non crollerà nulla, non serve combattere, affrettiamo il
passo!"
Così iniziammo a correre per la scala a chiocciola mentre
sotto di noi si sentiva una tramestio e una serie di urla
strozzate, c'era una carneficina in atto.