Ci sono momenti della giornata di un uomo in cui è necessaria una superiore tranquillità dell'animo, una cieca fiducia nel destino e insomma sto parlando dei cinque minuti che precedono l'uscita dall'ufficio, minuti che il venerandi trascorre con lo sguardo fisso alla cornetta del telefono, con le dita della mano destra intrecciate a mo' di parafulmine e quelle della mano sinistra ad accarezzare il jack americano semitrasparente del telefono stesso, soppesando il potere di recidere quell'ultimo potenziale pericolo, come quando si accarezza la gola della propria convivente, sono carezze ma non si sa mai.
Nel senso che se squilla il telefono negli ultimi cinque minuti vuol dire straordinario e straordinario significa lavorare gratis e lavorare gratis significa la rottura di una alleanza tra dipendente e datore di lavoro, un qualcosa che rompe l'ordine cosmico delle cose, se piove sull'imperatore per il popolo vuol dire diluvio: ho di queste analogie sfuggenti, e mentre sono lì e scatta l'ora che io esco e io penso agli imperatori cinesi sotto la pioggia, il telefono squilla: squilla e il rumore echeggia per l'ufficio semivuoto, echeggia nella penombra dei fax addormentati, echeggia tra i video spenti dei computer che quando sono spenti sembrano più vecchi oppure guasti: echeggia lo squillo e io capisco che è una telefonata interna, è un collega.
Non è sesto senso, fa proprio una squillo diverso è una cosa tecnica.

Alzo la cornetta, è uno del reparto contabilità.
"Venerandi ci sei ancora?" mi chiede.
"No -faccio io con voce neutra- sono uscito"
"Non fare il cretino, ho un problema"
"Adesso anche io. E' tardi"
"Per i computer il tempo non esiste, e in più la mia stampante si è rotta, non stampa più"
"Uh. Facciamo un patto che ogni volta che una periferica ti si rompe me la regali?"
"No. Diventeresti ricco, in casa tua funzionerebbe"
Sospiro. Amo chi fa autoironia.
"Cosa è che non funziona?" gli chiedo rassegnato grattandomi una parte del naso.
"Gli dico di stampare una pagina e lei non fa niente"
"Niente?"
"Niente"
"Neanche buzz buzz?"
"Neanche buzz buzz. Immobile con la lucina verde, come se non le avessi chiesto di stampare"
"Prima stampava?"
"Ma sì! Gli ho detto di stampare tutte le pagine pari di un documento, poi tutte le dispari, poi mi sono messo a fare delle modifiche, e quando si è trattato di stampare una pagina non ha più stampato!".
"Che pagina?"
"Quella del resoconto amministrativo"
"Il numero. Che numero di pagina?"
"Uh... la venti"
"Pagina venti"
"Venti"
"Possiamo interrompere qua questa imbarazzante conversazione, o dobbiamo portarla a termine"
"Venerandi non scherzare! Ho la stampante rotta!"
(pausa)
"Venti non è dispari"
"Uh, non credo"
"Te lo dico io, non lo è"
"E il mio computer non stampa le pagine pari?"
"Se qualcuno gli dice di stampare solo le dispari, sì"
"Ma quello glielo avevo chiesto prima!"
"Per i computer il tempo non esiste. Pensano eterno, anche se diventano obsoleti dopo due anni".
(pausa)
"Che idiota" fa lui con voce incazzata.
"Non volevo offenderti"
"Parlavo del computer"
"Ah"

Rimaniamo in silenzio, io aspetto i miei ringraziamenti con tanto di festoni cinesi, lui sta zitto sento dalla cornetta che sta battendo dei tasti, il rumore della testina che scatarra inchiostro.
"Adesso stampa" ammette dopo qualche secondo.
"Diavolo di un computer" faccio io accondiscendente. "Adesso posso andarmene a casa?"
Lui sta ancora zitto, poi dice che l'intelligenza artificiale dei computer è davvero troppo stupida rispetto a quella umana, e io gli rispondo di non mettermi in mezzo che io sto dalla parte dei computer, e lui mi manda affanculo.

Per strada guido con la mia personale intelligenza artificiale, nel senso che mentre guido una parte di me lo fa in automatico, guidare dico, e l'altra pensa, e pensa che se in ufficio invece di un windows xp ci fosse stato un macintosh osx non sarebbe cambiato niente, la stampante del collega non avrebbe stampato in ogni caso, e questo vuol dire che le macchine intelligenti come i macintosh non sono intelligenti per conto loro, ma sono intelligenti perché *chi le usa* è intelligente.
Non è una conseguenza, è una affinità elettiva.
Tipo Goethe, quello del film.

Arrivo a casa c'è cecilia che appena entro mi bacia sulla bocca e dice che oggi è un giorno nuovo, da oggi si ricomincia.
"Ci separiamo?"
"No -mi risponde lei- facciamo un altro figlio!"
"Uh? Che c'è che non va in quello che abbiamo?" faccio io e guardo il niccolotto che duenne e mezzo preme il pulsante di un coso orrendo della editrice giochi chiamato le magiche carotine, una specie di microcomputer per bimbi che dice ciao amico, giochiamo al gioco degli animali?, e niccolò urla sitto!, che vuol dire zitto! e preme il pulsante del coniglio, così lui ripete, ciao amico, giochiamo al gioco degli animali? e niccolò urla di nuovo sitto!! sempre più incazzato e ripreme il pulsante e così via, avete capito, è capace di andare avanti per mezz'ora a furia di sitto!!, poi lo butta contro il muro urlando e piange rosso in volto, ha preso dalla mamma.
"Niente -spiega cecilia- ce lo teniamo. Intendevo un altro figlio. Due figli".
"Due figli" ripeto io, facendo la voce senza espressione.
"Due" conferma lei e io penso parole come 'rosso', 'conto corrente bancario' e 'lavoro con contratto a termine' e non dico niente, osservo tutto l'amore invisibile che si nasconde dentro alle donne, e poi guardo mio figlio che mi si siede sulle gambe con le magiche carotine e dice papà iuta, che vuol dire che anche a casa devo fare il mio lavoro di assistenza clienti.
Le magiche carotine dicono, piene di entusiasmo che dobbiamo indovinare gli animali, e dicono che l'animale che dobbiamo indovinare è rosa e ha quattro zampe.
"Allora niccolò, quale è l'animale che è rosa è ha quattro zampe?" chiedo con fare didascalico e mio figlio mi sorride e dice 'onzo!' e io sbarro gli occhi e guardo sua madre che mi guarda di rimando facendo gli occhi grossi.
"No, niccolò non si dicono quelle parole" faccio io mettendo la faccia cattiva ma lui non capisce.
"E' il maialino!" aggiungo io subito per cambiare discorso e premo il disegno del maialino: e le magiche carotine mi dicono "Ma no!", e poi mi dicono "Pensaci bene!", e mi dicono che l'animale che devo indovinare è piccolo, ha quattro zampe ed è rosa.
Mio figlio mi guarda con commiserazione e mi dice 'onzo'.
Alzo gli occhi verso la mia compagna che si mette le mani all'incrocio degli occhi, è una cosa tantrica.
"Non è il maialino?" sussurro a cecilia perplesso e cecilia alza le spalle anche lei sembra non capire si avvicina per vedere meglio le magiche carotine.
Premo una seconda volta il maialino e di nuovo le magiche carotine si prendono gioco di me, dicono ma no! che proprio non ho capito! e che l'animale che devo indovinare mangia le ghiande, è rosa, è piccolo e ha quattro zampe.
"Onzo!" urla intanto il niccolò disperato che nessuno lo ascolti, e solo in quel momento vedo che vicino al disegno del maiale c'è un altro disegno del maiale, ma più piccolo, e allora io premo questo secondo disegno del maiale più piccolo e la magiche carotine diventano davvero felici.
"Il lattonzo!" urlano infatti, e mi dicono che sono bravo! La risposta giusta è lattonzo!
"Onzo!" conferma niccolò battendo le mani.
"Lattonzo?" chiedo a cecilia guardandola e lei si siede al tavolo, accende una sigaretta, osserva fuori dalla finestra le auto che imboccano l'autostrada.
"Cioé -continuo io- mio figlio conosce sei parole sei, e questo computer per bimbi vuole insegnargli 'lattonzo' come settima? Parola che -levate improbabili carriere etnico/pastorali- mio figlio non utilizzerà più fino alla fine dei suoi giorni?" e mentre parlo agito le mani e niccolò non capisce se sto sgridando lui o le magiche carotine.
Cecilia non parla, finisce la sua sigaretta poi dice che ha ragione lei, che dobbiamo fare un altro figlio, che non possiamo lasciare niccolò solo con l'intelligenza artificiale di queste macchine, di questi computer.
Io non rispondo. Guardo il viso di mio figlio e ci vedo tutta la sua intelligenza originale che mi sorride e sono pezzi della mia intelligenza, di quella di cecilia e poi altri pezzi di intelligenza, di gente incontrata per strada che ha buttato un pezzo di propria intelligenza dentro a quella di mio figlio e mi sento di preferire questa sua intelligenza così umana, così open source.
"Stasera, a letto, compiliamo i nostri sorgenti" dice dopo un po' la madre di mio figlio buttando la cicca nel lavandino, e tirando fuori dal frigorifero due braciole di lattonzo da fare ai ferri.

Le magiche carotine intanto mi dicono che l'animale che devo indovinare adesso è bianco, morbido, fa la lana, e io ho paura.