Rochelle,
Dixon, Amboy, Mendeta, Utica, Morris, Dwight, Pontiac,
Springfield; i nomi delle città che incontravo lungo la
strada per la parte più ovest dell'Illinois sembravano
uscite da un telefilm americano anni '70, mentre quello che
vedevo sfilare via dal finestrino assomigliava più ad
remake anni '90: l'america in tutto il suo trionfo, le
casette con le bandiere a stelle e strisce, la gente obesa
che si trascinava sui marciapiedi, le insegne luccicanti
anche per indicare il cesso e le strade, ragazzi, le
infinite strade americane, tracciate con la stessa
sicurezza con cui si tracciano i contorni di un puzzle dai
pezzi giganteschi, o i confini degli stati africani.
Stavo guidando da qualche giorno e vicino a me c'era la
sudamericana. Da quando eravamo partiti non aveva detto una
parola, stava in silenzio fissando davanti a sé, ogni tanto
chiudeva gli occhi e dormiva mandando dei fischi sibilanti.
Poi si risvegliava e si guardava le mani, stupita.
La zigomobile saltava sulla strada come un sasso lanciato
sull'acqua, mandava dei rantoli di morte per poi
resuscitare con un'impennata dei giri del motore.
Nei sedili dietro la grossa valigia-zaino con dentro le
foto di Rael e gli appunti sui raeliani per la conferenza,
i testi base come Il
messaggio degli extraterrestri, Accogliere gli
extraterrestri, La meditazione sensuale, la Geniocrazia, Sì
alla clonazione umana, Il maitreya. E
mentre guidavo me lo vedevo il Rael, commentatore sportivo
di corse automobilistiche, che va in questo sito vulcanico
francese e gli appare un piccolo omino vestito di verde con
una lunga barba che gli parla e gli spiega che il genere
umano è una creazione di loro alieni e che Rael era stato
prescelto per costituire in terra la prima ambasciata dei
creatori dell'umanità e nei giorni successivi il piccolo
omino vestito di verde con la barba ha questo lungo dialogo
con Rael, ben narrato in Il
messaggio degli extraterrestri,
in cui
gli racconta e gli spiega in poche secche frasi la storia
del mondo e prima del mondo eccetera.
Il libro non era avvincente. La prosa da commentatore
sportivo del Rael doveva essersi scontrata con l'immensità
del messaggio e il risultato era una specie di
Torre
di guardia versione
science-fiction; ma la funzionalità del testo c'era e il
forte messaggio di Rael aveva fatto un numero considerevole
di seguaci, tanto che anche la dolce infermierina della
Casa di Pony era stata attirata nell'orbita di questo
new-age biblico da gioco di ruolo anni ottanta.
Nella mia testa si componevano e si scomponevano la parti
del discorso che dovevo tenere, avevo questa idea di
partire con una premessa molto ampia, in cui spiegavo in
dettaglio i pregi e i difetti della clonazione, come era
finita la pecora dolly e di come -a ben vedere-la
sostanziale differenza tra la procreazione naturale e la
clonazione è che nella seconda viene abolito l'orgasmo che
non è questa gran bella idea. Era una battuta che piaceva
molto a Paolina e che sapevo avrebbe trovata una certa
fortuna tra i bambini della Casa di Pony.
Il titolo della conferenza che avevo buttato giù era
"tra
tante persone al mondo che si potrebbero clonare, proprio i
raeliani?", ed ero
l'unico relatore rimasto, gli altri erano tutti morti
nell'ultima settimana e tutti per complicazioni dopo
un'operazione di appendicite.
La sudamericana al mio fianco si mosse impercettibilmente,
sempre con gli occhi chiusi mise il polso in una posizione
che fino a quel momento avevo considerato come umanamente
innaturale. Dalla bocca semiaperta filtrava fuori la punta
di una lingua, contorta tanto da sembrare biforcuta e
-nella luce precrepuscolare propria del tramonto- aveva un
colore marcio.
Abbassai leggermente il finestrino della zigomobile e
sentii l'odore caldo dell'america che entrava prepotente
dentro l'abitacolo. Cercai di non pensare alla sudamericana
e di ricordare invece. Ricordare.
Cosa sapevo io della casa di pony? C'era una suora, va
bene, tanti smorfiosetti senza né padre né madre, e vabbene
anche questo. Ma l'infermierina bionda che tanto mi
piaceva, lavorava ancora là, con le sue due codine
ricciolute? Si sarebbe ricordata di me? Erano decenni che
non la vedevo più, eppure la avevo amata in tutte le sue
copie, la biondina Candy, le sue treccioline, il visino da
vespa, la sua infanzia felice, Candy dolce Candy,
manghizzata e ricolorata dalla Fabbri editrice negli anni
70, gli adesivi che li grattavi e sentivi il profumo dei
fiori, la rubrica per tenere la pelle pulita dalle impurità
come quella di Candy Candy e io -tredicenne- toccavo con il
dito tutta la tenerezza di quella ragazzina dolce e
ribelle, il mio primo amore che non si dimentica mai.
Avrei rivisto Candy Candy, questa volta dal vivo? [...]
(Questo
romanzo non esiste. Chiedilo al tuo negoziante di
fiducia)